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Le mani che lucidavano la speranza

Storie nascoste dei "Sciuscià" nella Palermo del 43'

C'è un particolare che colpisce chi osserva le fotografie in bianco e nero di Palermo nell'estate del 1943, tra le divise degli americani e le macerie fumanti, spuntano sempre loro, piccole sagome inginocchiate, chine su una scatola di legno.

Le mani impegnate in un rito quotidiano, un gesto ripetitivo, spalmare lucido, strofinare, lucidare, erano i "sciuscià", i ragazzi lustrascarpe che trasformarono la polvere delle strade bombardate in un banco di lavoro improvvisato.

Sciuscià palermitani, un mestiere che si sviluppò dopo lo sbarco deglia alleati in Sicilia, foto di J. R. Wharton Eyerman
Sciuscià palermitani, un mestiere che si sviluppò dopo lo sbarco deglia alleati in Sicilia, foto di J. R. Wharton Eyerman

Palermo liberata era una città ferita che respirava a fatica tra crateri di bombe e palazzi sventrati. Il porto, teatro dello sbarco alleato del 22 luglio 1943, divenne il cuore pulsante di una nuova economia informale.

Palermo bombardata, macerie in Via Casa Professa, foto di J. R. Wharton Eyerman
Palermo bombardata, macerie in Via Casa Professa, foto di J. R. Wharton Eyerman

Qui, dove le navi scaricavano non solo truppe ma anche casse di viveri e materiali, nacque un servizio offerto in cambio di un pezzo di cioccolata, una frase in inglese imparata a memoria ("Mister, shoe shine?") scambiata per una manciata di centesimi.

Il termine "sciuscià" nasce proprio in quei mesi, dalla storpiatura fonetica del comando inglese "shoe shine!" pronunciato dai militari alleati.

Ogni mattina, all'alba, decine di ragazzi si appostavano nei pressi dei quartieri dove alloggiavano gli ufficiali americani: via Roma, piazza Politeama, i dintorni del porto. Non chiedevano l'elemosina, offrivano un servizio.

Con mani piccole e già segnate dalla fatica, lucidavano con cura maniacale gli stivali militari, trasformando quel gesto ripetitivo in una danza di sopravvivenza.

In cambio, ricevevano qualche centesimo di dollaro o, più prezioso ancora, una scatoletta di K-ration da portare a casa alla madre e ai fratellini più piccoli.

Bambini palermitani nel 1943 dopo lo sbarco degli alleati, foto di J. R. Wharton Eyerman
Bambini palermitani nel 1943 dopo lo sbarco degli alleati, foto di J. R. Wharton Eyerman

Tra quei ragazzi c'era Nino, nove anni, i pantaloni corti tenuti su con uno spago, posava le mani sullo stivale del soldato americano e cominciava a strofinare.

In quel gesto ripetitivo, mentre il cuoio passava dal grigio polveroso a un nero lucente, lui non pensava al lucido, alle monete, alla fame, pensava a suo padre, partito in guerra senza aver fatto più ritorno.

Nino tratteneva le lacrime perché piangere significava perdere tempo e il tempo era l'unica cosa che non poteva permettersi di sprecare.

Nino non aveva più una casa, quella di via Roma era crollata una notte di maggio sotto i bombardamenti. Lui e la madre si erano salvati per miracolo, strisciando tra le macerie con la piccola sorellina in braccio. Da allora vivevano in un bugigattolo affittato con tre famiglie in un palazzo semidistrutto vicino al porto.

Ogni mattina, prima dell'alba, Nino usciva in silenzio. Sotto il letto teneva il suo "tesoro": una scatola di sigari rubata a un ufficiale ubriaco mesi prima, dentro la quale custodiva con cura maniacale due stracci (uno per il lucido, uno per la finitura), un barattolo di cera nera trovato tra i rifiuti di una nave militare, e un pezzo di velluto rosso strappato da una poltrona del Teatro Massimo.

Quel velluto era il suo orgoglio: con quello dava l'ultimo tocco, quello che faceva dire ai soldati "Good job, kid!".

Ma il vero segreto di Nino non era nella scatola, era nelle tasche, ogni volta che un soldato gli dava una sigaretta intera invece che il mozzicone, lui la nascondeva nella tasca sinistra.

Ogni volta che riusciva a ottenere un pacchetto di crackers o una tavoletta di cioccolato, invece di dividerlo subito con la sorella, lo infilava nella tasca destra.

Alla sera, tornando a casa, svuotava le tasche sul tavolo di legno crepato: un piccolo tesoro che sua madre, senza dire una parola, trasformava in cena.

Quando il sole tramontava dietro Monte Pellegrino e le ombre si allungavano sulle strade sconnesse, i "sciuscià" tornavano ai loro quartieri. Non parlavano molto tra loro, non c'era spazio per le chiacchiere quando ogni respiro doveva essere calcolato.

Ma c'era un rituale che si ripeteva ogni sera, in silenzio: prima di entrare in casa, ognuno di loro si fermava un attimo davanti allo specchio rotto di un portone o alla vetrina di un negozio chiuso. Si guardavano negli occhi e si chiedevano la stessa cosa: "Domani ce la farò di nuovo?