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Aqua Aceto e Pidocchi

Palermo 1788, tra i vicoli bui e le strade affollate della città barocca, si aggira un fantasma, non è uno spettro, ma una donna di settantacinque anni, il suo nome è Giovanna Bonanno, povera, mendicante, con le mani rugose e lo sguardo basso, i nobili la ignorano, il popolo la scansa, nessuno la guarda davvero, nessuno sospetta di lei.

Ritratto di Giovanna Bonanno - wikimedia public domain
Ritratto di Giovanna Bonanno - wikimedia public domain

Eppure, sotto quel grembiule logoro e consunto, nasconde un segreto che sta per far tremare i polsi alla giustizia borbonica.

Il suo strumento del crimine non è un pugnale avvelenato, né una pozione magica da strega evocata nei boschi, è qualcosa che ogni palermitano ha in casa, qualcosa di così comune, di così banale, da essere completamente invisibile.

È l'aceto, quello che le madri usano per lavare i capelli dei figli e scacciare i pidocchi.

Ma per lei, quell'odore pungente non è un rimedio, è il profumo della morte, un "tonico miracoloso" (come lo chiamava lei) capace di spegnere la vita di un uomo senza lasciare alcuna traccia sul suo corpo, ingannando i medici e beffando la legge.

Quando le catene si chiudono ai polsi della Bonanno, i magistrati della Regia Vicaria si aspettano di interrogare una povera illusa, forse una strega da bruciare, invece, si trovano di fronte a una mente fredda, lucida e spietata. Una mente che ha trasformato la miseria e

l'ignoranza del suo tempo in un perfetto, silenzioso business di omicidi.

Nella Palermo del Settecento, il matrimonio era spesso una prigione senza sbarre, non esisteva il divorzio, non c'era tutela legale, non c'era via di fuga, e quando la disperazione prendeva il sopravvento, alcune donne non cercavano un avvocato, ma una "risolutrice", cercavano Giovanna Bonanno.

La "Vecchia dell'Aceto" (così era chiamata la Bonanno) non era una predatrice che colpiva a caso per il gusto di uccidere, era, a tutti gli effetti, un'assassina su commissione specializzata in mariticidi.

La storia della vecchia dell'aceto, colpisce non solo per il veleno o per il processo, colpisce perché mostra il peso del patriarcato nel 1700, in un ordine sociale in cui gli uomini picchiavano, controllavano, umiliavano e distruggevano le donne, alle quali restava soltanto l'angoscia e il subire in silenzio.

In quel contesto, la violenza non era soltanto fisica: era economica, morale, domestica, quotidiana.

Ed è qui che il racconto diventa più amaro e più moderno, la vecchia dell'aceto non è solo una figura di cronaca nera, è anche il segno di una società in cui la disperazione femminile poteva trasformarsi in una risposta estrema contro il patriarcato, lasciando dietro di sé una scia di morte e paura.

La deposizione del 9 ottobre 1788 conserva il nucleo della vicenda: Giovanna Bonanno, dopo il suo arresto, raccontò di aver compreso gli effetti letali di una mistura a base di arsenico e di averne fatto un "arcano liquore" venduto come rimedio capace di "far sparire" i mariti indesiderati.

Dietro le bottigliette di vetro della Bonanno non c'era solo arsenico, c'era la rabbia, la fame e la reclusione di donne che, in una società che non concedeva loro alcun diritto, avevano trovato nella "Vecchia dell'Aceto" l'unica, terribile via di uscita.

Il "business" della morte era rimasto perfettamente invisibile, le vittime morivano tra atroci sofferenze, ma i medici dell'epoca, privi di strumenti tossicologici, certificavano quasi sempre decessi per cause naturali o "febbri maligne".

Tuttavia, il castello di carte di Giovanna Bonanno crollò a causa di un errore di valutazione e di una madre che si rifiutò di accettare una verità scomoda.

La scintilla che fece esplodere l'intero caso fu la morte misteriosa di un giovane uomo nella contrada dell'Olivuzza, a Palermo.

La madre del ragazzo, Maria Costanzo, una semplice venditrice di vino, non si rassegnò alla versione ufficiale dei fatti. qualcosa nel comportamento di chi circondava il figlio morente le aveva acceso un sospetto.

Invece di chiudersi nel dolore, Maria Costanzo compì un atto di enorme coraggio per l'epoca: si rivolse alla giustizia, presentò una formale querela, puntando il dito contro la nuora Rosa, sospettata di aver avuto un ruolo nella morte del giovane.

Fu proprio questa denuncia, apparentemente circoscritta a una lite familiare, a fornire al Regio Procuratore il primo, tenue filo da tirare per srotolare l'intera matassa criminale.

Le indagini si spostarono rapidamente dalla famiglia Costanzo alla rete di donne che ruotava attorno a loro, fino ad arrivare a colei che forniva "l'acqua miracolosa".

L'8 ottobre 1788, il segreto si infranse, Don Matteo Fodale, Commissario dell'Illustre Capitano di Palermo, si presentò alla porta della misera abitazione di Giovanna Bonanno, accompagnato da alcuni ufficiali di giustizia.

La donna, che fino a quel momento aveva vissuto nell'ombra protetta dal suo status di mendicante invisibile, fu ammanettata e condotta nelle carceri della Regia Vicaria.

Negli atti dell'interrogatorio del 9 ottobre 1788, c'è un dettaglio umano che colpisce più di qualsiasi altra cosa. Quando i magistrati le fecero il nome di Maria Costanzo, collegando finalmente i fili della denuncia alla sua persona, la reazione di Giovanna non fu di rabbia o di negazione. Secondo la cronaca processuale, la Bonanno si diede una violenta manata sulla fronte.

In quel gesto istintivo c'era tutta la consapevolezza della fine, non era stata sconfitta da un inquisitore geniale o da una prova scientifica, ma dalla semplice, ostinata determinazione di una madre che aveva perso un figlio e aveva deciso di non lasciare che la sua morte restasse un mistero.

Quella manata sulla fronte segnò l'inizio della sua lunga, lucida e agghiacciante confessione.

Una ricostruzione della confessione di Giovanna Bonanno

Palermo, 9 ottobre 1788, davanti ai magistrati della Regia Vicaria, la donna dichiara:

«Mi chiamo Giovanna Bonanno, sono nata a Palermo e ho circa settantacinque anni, sono rimasta vedova di mio marito Vincenzo e per sopravvivere sono costretta a chiedere l'elemosina.

Se mi trovo in carcere è per una storia iniziata circa due anni fa. Un giorno sentii parlare in pubblico di una bambina che aveva ingerito per errore un liquido chiamato "aceto", usato per eliminare i pidocchi.

Questo prodotto veniva venduto da un aromatario, che aveva bottega nella strada della Gioja, numero 77, vicino al Papireto.

La piccina aveva cominciato immediatamente a stare male e a vomitare. Se non le avessero fatto bere dell'olio comune per contrastare gli effetti, sarebbe morta sul colpo.

Quella notizia mi fece venire un'idea, non avendo mezzi per mantenermi, pensai di procurarmi quell'aceto e fare una prova per vedere se potevo guadagnare qualche tarì usando quel liquido contro le persone.

Acquistai dall'aromatario tre grani di quell'aceto, contenuto in una piccola ampolla di vetro, presi un cagnolino e lo portai fuori Porta Dossuna. Lo legai con una corda dietro un bastione, mescolai l'aceto con del pane e glielo diedi da mangiare e poi me ne andai subito.

Nel pomeriggio dello stesso giorno, tornai sul posto e trovai l'animale morto, davanti a lui c'era del vomito e per essere sicura che fosse morto per avvelenamento, tirai i suoi peli: restavano attaccati alla pelle e non venivano via, questo era il segno che cercavo.

Tornai a casa e da quel momento custodii quel veleno come un segreto prezioso. Ne parlai solo con alcune persone di cui mi fidavo, incaricandole di trovare qualcuno a cui potessi vendere l'aceto per guadagnare.

Dicevo di avere una "acqua miracolosa" che, mescolata al cibo o alle bevande, faceva vomitare e poi morire senza lasciare tracce visibili sul corpo, chiamavo quell'aceto semplicemente "acqua" per non insospettire nessuno.»

Mi hanno detto di tutto: strega, megera, avvelenatrice, eppure nessuno si fermava a guardare la paura che abitava certi volti quando varcavano la mia porta.

Venivano da me donne consumate da anni di botte, insulti, umiliazioni e silenzi forzati, in un sistema patriarcale in cui il marito pretendeva obbedienza, controllo e possesso.

In quel mondo, la violenza maschile era la regola nascosta dietro il nome della famiglia e dell'onore.

Io ascoltavo quelle voci spezzate, le sentivo raccontare di uomini che picchiavano per punire, che minacciavano per comandare, che trasformavano la maternità in una colpa, il matrimonio in un recinto, la paura in abitudine.

Era una Palermo dura, dove molte donne non avevano strumenti per difendersi e cercavano una via d'uscita come si cerca aria sotto l'acqua.

Ed è lì che la mia storia smette di essere soltanto cronaca nera e diventa anche il ritratto di una ferita sociale più grande.

Io non li costrinsi, non legai nessuno, non presi per il collo nessuna volontà.

Aprii una porta e lasciai che fossero loro a scegliere se attraversarla o no.

Questo è il punto che molti non hanno mai voluto guardare: il desiderio di liberarsi di un tiranno domestico precedeva il mio nome, e il mio nome arrivava dopo, come un sigillo oscuro messo su una disperazione già viva.

La macchina giudiziaria trasformò quella pratica in un caso esemplare di veneficio e stregoneria, con un finale pubblico e feroce nella Palermo di fine Settecento.

La città di Palermo, ancora attraversata da gerarchie sociali rigide, credenze popolari e forme di giustizia spettacolare, non vide soltanto una donna processata: vide riflesso, in quella storia, il proprio lato più duro, fatto di miseria, paura, controllo dei corpi femminili e giudizio morale.

La città di Palermo nel 1700 wikimedia public domain
La città di Palermo nel 1700 wikimedia public domain

L'esecuzione ai Quattro Canti il 30 luglio 1789, per impiccagione, chiuse il processo, ma non chiuse mai la leggenda.

Nel tempo, Giovanna Bonanno è diventata una figura sospesa tra storia e racconto, tra documenti e immaginario popolare.

Alcune fonti la ricordano come avvelenatrice, altre come strega, altre ancora come simbolo inquieto di un mondo in cui le donne cercavano vie estreme per sopravvivere alla sopraffazione maschile.

È proprio questa ambiguità a renderla ancora oggi una figura così viva nella memoria di Palermo.

U patriarcatu

E poi c'era iddu, l'omu, ca si cridia signuri dâ casa, patruni di la vucca e dî li manu, cummannanti dâ paura.

Pi tanti fimmini, a quidd'epica, la casa nun era rifugiu: era prigiuni.

L'omu vulìa ubbidienza, non cumpagnia, vulìa silenziu, non palori, vulìa u corpu dâ mugghieri comu se fussi cosa r'iddu, e l'anima idda si la putìa pigghiari quannu vulìa.

Li vidìa tutti uguali: chini di sdegno, maestri di paci falsa, forti cu chiddi cchiù debuli e vili quannu a parrari era 'na fimmina.

Li facìanu campare cu la testa vascia, cu la paura appicciata 'n pettu, cu lu cori sempri prontu a tremari.

E poi dicìanu ca era l'omu a purtari l'onuri, comu si l'onuri fussi scusa pi rumpiri l'uossa, pi spezzari i sonni, pi scutuliari la vita di chiddi ca nun ci vulìanu appartèniri cchiù.

Chisti non amàvanu, cunsumàvanu.

Nun abbracciàvanu, strincìanu.

Nun parlàvanu, cummannàvanu.

E quannu 'na fimmina s'arricriava 'na scintilla d'anima, iddi la vulìanu smorzari cu' na manu, cu' na buoffa, cu' un'insulta, cu' 'na minaccia.

Pirchì l'omu, quannu è patruni di nenti, facia guerra a tuttu chiddu ca nun si piega.

Il patriarcato

E poi c'era lui, l'uomo, che si credeva signore della casa, padrone delle parole e delle mani, comandante della paura.

Per molte donne, in quel tempo, la casa non era un rifugio: era una prigione.

L'uomo voleva obbedienza, non compagnia, voleva silenzio, non parole, voleva il corpo della moglie come se fosse una sua proprietà, e l'anima poteva prendersela quando gli pareva.

Li vedevo tutti uguali: pieni di superbia, maestri di una pace finta, forti con chi era più debole e vili quando a parlare era una donna.

Le facevano vivere con la testa bassa, con la paura accesa nel petto, con il cuore sempre pronto a tremare.

E poi dicevano che l'onore stava nell'uomo, come se l'onore potesse giustificare ossa rotte, sogni spezzati, vite consumate di chi non voleva appartenere più a nessuno.

Questi non amavano, consumavano.

Non abbracciavano, stringevano.

Non parlavano, comandavano.

E quando una donna provava a tenere viva anche solo una scintilla di sé, loro volevano spegnerla con una mano, con uno schiaffo, con un insulto, con una minaccia.

Perché l'uomo, quando è padrone di nulla, fa guerra a tutto ciò che non si piega.

::: bibliografia

Fonti archivistiche e bibliografiche:

Per la ricostruzione storica e l'analisi degli atti processuali si è fatto riferimento ai documenti originali conservati presso l'Archivio di Stato di Palermo (Fondo: Miscellanea Archivistica, Serie II, n. 32, cc. 83-148) e agli studi fondamentali della storica Giovanna Fiume, in particolare: Mariti e pidocchi. Storia di un processo e di un aceto miracoloso (XLedizioni, 2008) e La vecchia dell'aceto. Un processo per veneficio nella Palermo di fine Settecento (Sellerio, 1990).

Nota sulla ricostruzione narrativa:

Le parti scritte in prima persona (la confessione di Giovanna Bonanno e le riflessioni interiori) non costituiscono trascrizioni letterali o paleografiche degli atti originali del 1788, ma sono rielaborazioni narrative, create a scopo divulgativo per rendere la lettura più coinvolgente e accessibile a chi non conosce la storia della vecchia dell'aceto.

Nota sul testo in dialetto siciliano:

Il componimento finale in lingua siciliana "U patriarcatu" e la sua traduzione in italiano non sono la traduzione di documenti d'epoca, ma rappresentano una mia originale creazione letteraria, ispirata al contesto socio-culturale della Palermo tardo-settecentesca e alle profonde dinamiche di genere e di oppressione emerse durante il processo.

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