“A Maronna a Miccè” non è soltanto il nome con cui i palermitani chiamano la Madonna della Mercede. È una presenza profondamente radicata nella memoria del mercato del Capo, una devozione che attraversa generazioni e che, ancora oggi, riempie le strade del quartiere durante i giorni della festa. Un'antica espressione poetica popolare racconta questa atmosfera con parole semplici e potentissime: “Nun c'è na strata chi nun è adurnata / di luci, panni, ciuri ed alligria”. Non c'è strada che non sia ornata di luci, drappi, fiori e allegria. È questa la Palermo della festa: rumorosa, colorata, devota, popolare. Ed è proprio questa immagine di vita e di devozione a rendere ancora più suggestivo il contrasto con ciò che accade quando, di notte, il mercato si svuota e il campanile torna a essere soltanto un'ombra contro il cielo.

La Confraternita della Chiesa di Maria SS della Mercede al Capo di Palermo
La storia di ’Ngela, la donna che Palermo continua a vedere tra le ombre del Capo
Ci sono luoghi a Palermo che sembrano avere due vite, una è quella che tutti conoscono: fatta di voci, mercati, processioni, bambini che corrono, anziani seduti davanti alla porta, odori che escono dalle cucine e bancarelle che occupano i vicoli. L'altra comincia quando il mercato chiude, le luci si spengono una dopo l'altra e le strade del Capo diventano improvvisamente più scure, ed è allora che il quartiere sembra ricordarsi delle proprie storie.
Nel cuore del rione Capo di Palermo, c'è una chiesa che i palermitani hanno imparato a chiamare con un nome che appartiene più alla voce che ai libri: a Maronna a Miccè, o più semplicemente "a' Miccè". È la Madonna della Mercede, ma nel dialetto e nella devozione popolare il nome è diventato qualcosa di più intimo, quasi familiare.
La festa della Madonna appartiene da secoli alla vita del quartiere e la sua immagine è legata alla memoria dei Capioti, è una devozione antica, molto più antica della storia del fantasma che avrebbe reso famoso il campanile nel 2013.
Quando arriva la festa, il Capo cambia pelle, le strade si vestono, le luci attraversano i vicoli, i balconi si adornano e la processione restituisce al quartiere una dimensione collettiva che appartiene a una Palermo ormai difficile da trovare altrove.

La festa della Madonna della Mercede al Capo di Palermo
Nei versi delle Canzonette della festa della Madonna della Mercede al Capo, con parole di Giuseppe Florio e musica di Pino Verci, quella atmosfera viene riassunta in un'immagine che sembra quasi dipinta: “luci, panni, ciuri ed alligria”, è la fotografia di un quartiere che si riconosce nella propria Madonna.
Ma c'è un momento in cui quella stessa chiesa cambia completamente, è la sera, il campanile, illuminato soltanto in parte, diventa una presenza scura sopra i tetti del mercato.
È proprio lì che, nel marzo del 2013, cominciò una delle storie più curiose della Palermo contemporanea.
La suora affacciata dalla finestra del campanile della chiesa
All'inizio fu soltanto una sagoma, qualcuno, guardando verso il campanile, si accorse di una forma che sembrava avere sembianze umane, una donna, una figura di piccola statura, apparentemente vestita da religiosa, immobile dietro una delle aperture della torre.
Non era facile capire cosa si stesse guardando da lontano, però, quella forma sembrava incredibilmente simile a una persona.
La voce cominciò a passare da una strada all'altra “C'è una suora sul campanile” e Palermo, davanti a una frase del genere, difficilmente rimane indifferente.

L'apparizione nel 2013 della suora nella chiesa della Mercede al Capo di Palermo
Il 26 marzo 2013 la vicenda era già abbastanza conosciuta da spingere una troupe di LiveSicilia a filmare direttamente il fenomeno. Il giorno dopo, le cronache raccontavano di numerose persone radunate davanti alla chiesa, qualcuno parlava di una monaca, qualcuno di Santa Rita, qualcuno di un'apparizione mariana, altri guardavano e non vedevano altro che un muro.
Il 28 marzo la curiosità era diventata quasi un pellegrinaggio: più di duecento persone si erano raccolte davanti alla chiesa e la misteriosa suora aveva persino fatto il suo ingresso sui social network.
Per qualche giorno, il campanile della Mercede diventò uno dei punti più osservati di Palermo, la gente arrivava con i telefonini, guardava, aspettava e, quando la sagoma compariva, qualcuno gridava di averla vista.
Altri scattavano fotografie, facevano video, altri ancora pregavano.
E l'ombra aveva bisogno di un nome
È qui che la storia diventa più interessante, perché una fotografia può mostrare una figura, ma non può raccontarne il passato. Un fantasma, invece, ha bisogno di una storia e così, attorno alla sagoma della Mercede, cominciò a prendere forma il racconto di ’Ngela (Angela).
La sua vicenda viene collocata nel Settecento e ha tutti gli elementi delle grandi storie popolari palermitane: il potere contro la povera gente, la violenza, l'onore familiare, un convento, una bambina strappata alla madre e, infine, una presenza che la morte non sarebbe riuscita a cancellare.
Secondo la leggenda, ’Ngela era la figlia di un artigiano del Capo. Suo padre era un seggettiere, un uomo che costruiva e riparava portantine e sedie utilizzate per trasportare i nobili.
Un giorno il suo lavoro lo mise in contatto con un signore potente, l'artigiano gli aveva riparato una portantina. Quando arrivò il momento del pagamento, però, il nobile giudicò eccessiva la somma richiesta e quella che poteva essere una semplice discussione sul prezzo, nella storia, diventa qualcosa di molto più oscuro.
Il signorotto per punizione avrebbe fatto picchiare l'artigiano, poi avrebbe rivolto la propria vendetta verso la figlia. ’Ngela sarebbe stata rapita e abusata, tenuta per qualche tempo segregata e quando fu rilasciata e tornò dal padre, era incinta.
Da quel momento, la sua vita sarebbe stata segnata non soltanto dalla violenza subita, ma anche dalla mentalità di un'epoca nella quale il cosiddetto “disonore” poteva pesare sulla vittima più della colpa di chi aveva commesso il delitto.
Il padre, secondo la leggenda, decise di nasconderla, la fece rifugiare nel convento delle Cappuccinelle.
Lì ’Ngela partorì una bambina, ma le fu tolta, fu affidata a un'altra famiglia e madre e figlia vennero separate.
È probabilmente questo il punto in cui la leggenda smette di essere soltanto una storia di soprusi e diventa una storia di attesa, perché ’Ngela non avrebbe mai dimenticato quella bambina.
Una figlia dall'altra parte della strada
Gli anni passarono, secondo il racconto, ’Ngela prese i voti e rimase nel convento.
Poi arrivò una notizia, la figlia era cresciuta, era viva e lavorava come domestica nel vicino Palazzo Serenario. Non era lontana, questo è il particolare che rende la leggenda così suggestiva.
La figlia che ’Ngela aveva perduto non era scomparsa nel nulla, viveva a pochi passi da lei, poteva essere immaginata dietro una finestra, poteva forse essere intravista per strada, ma non poteva essere riabbracciata.
Secondo la credenza popolare, ’Ngela sarebbe morta nel 1746 e qui il tempo della storia si ferma. La donna muore, ma il racconto non la lascia andare, la leggenda dice che il suo spirito sia rimasto legato al luogo e che continui a cercare la figlia.
Quando, quasi tre secoli più tardi, una sagoma femminile appare sul campanile, il collegamento diventa inevitabile, quella donna lassù potrebbe essere ’Ngela, la madre che continua a guardare.
C'è un dettaglio che ha contribuito più di ogni altro a rendere credibile il racconto, la sagoma sembrava rivolta verso Palazzo Serenario, non semplicemente verso il quartiere, non verso una strada qualsiasi, ma verso il luogo nel quale, secondo la leggenda, la figlia avrebbe vissuto.
Il fantasma aveva un muro al posto del corpo
Mentre la gente continuava a osservare la figura, arrivò anche la spiegazione razionale, la misteriosa monaca non sarebbe stata una presenza soprannaturale, ma il risultato di un particolare gioco di luce e ombra.
Un muro scrostato, una trave, la prospettiva, la luce dei lampioni. Elementi comuni che, combinati in un certo modo, potevano produrre l'impressione di una figura umana.
La spiegazione fu ripresa dalla stampa dell'epoca, si disse che la figura della suora era nata dal riflesso di un'ombra tra una trave e una crepa nel muro; altre cronache parlarono apertamente di illusione ottica.
Eppure la spiegazione non fece sparire la storia e il mistero, anzi forse la rese ancora più affascinante. Perché il mistero non aveva bisogno che il fantasma fosse vero, aveva bisogno soltanto che qualcuno, per qualche secondo, riuscisse a vederlo e collegarlo alla storia di 'Ngela.
Quando il mercato chiude
Oggi il Mercato del Capo continua la propria vita, di giorno è ancora uno dei luoghi nei quali Palermo mostra il suo volto più autentico. Le voci, i colori, il cibo, i vicoli e il continuo passaggio di turisti e di palermitani e di Capioti, che ricordano che questo quartiere non è mai stato soltanto un luogo geografico. È una memoria vivente e sopra quella memoria c'è la chiesa della Mercede.
La Maronna a Miccè appartiene alla luce della festa, alle processioni, alle preghiere, alle strade adornate di fiori e drappi. È la Madonna che i Capioti chiamano con un nome che sembra pronunciato direttamente dal quartiere.
Ma quando la festa finisce, quando le bancarelle vengono smontate e le voci si fanno più rare, rimane il campanile. Forse lassù non c'è niente, forse ci sono soltanto pietre, legno, intonaco e ombre, eppure basta che la luce colpisca ancora una volta quel muro nel modo giusto perché una vecchia storia di 'Ngela torni a prendere forma.