La Sicilia del 1947 è una terra divisa, da un lato, i latifondisti, padroni di immense distese di terreno incolto, difendono i loro privilegi con la violenza e l’omertà, dall’altro, i contadini, affamati e umiliati, sognano una riforma agraria che ridia loro dignità.
I latifondi, vasti come regni, erano in mano a pochi, i baroni, i mafiosi, i separatisti che sognavano un’isola libera dall’Italia, i contadini, invece, lavoravano la terra altrui, piegati sotto il sole, per un tozzo di pane e un salario da fame.
E' il 1° maggio del 1947, l’alba su Portella della Ginestra, una località vicino a Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, è tiepida, quasi timida, il sole si alza lento dietro le colline, come se sapesse che quel giorno non sarebbe stato come gli altri.
Migliaia di persone si riuniscono per chiedere terra, pane e giustizia, sono uomini, donne e bambini, famiglie contadine, è la Festa del Lavoro, ma per loro è molto di più, è il giorno in cui, per la prima volta, osano sognare.
L’aria era carica di speranza, qualcuno aveva portato con se una bandiera rossa, simbolo della lotta, altri cantavano l'inno dei lavoratori, le voci si perdevano tra le colline, mille voci si erano unite in un solo grido: "Vogliamo la terra!".
Nessuno notò gli uomini appostati sulla Pietra dei Piani, una roccia che dominava la vallata, erano in dodici, armati di mitragliatrici e fucili.
Alle 10:15, l’inferno si scatenò, una raffica di mitragliatrici squarcia l’aria, da una collina sovrastante, un gruppo di uomini armati apre il fuoco sulla folla inerme, 11 morti, tra cui anche bambini, e 27 feriti. Il panico è istantaneo, corpi a terra, urla e sangue che si mescola alla polvere.
Quando i sicari se ne andarono, lasciando dietro di sé solo morte e disperazione, la vallata era immersa in un silenzio irreale, i corpi vennero allineati su un telo, coperti con lenzuola bianche che presto si tinsero di rosso.
La matrice del massacro è ancora oggi oggetto di dibattito, la strage fu attribuita ai banditi legati a Salvatore Giuliano, il "re di Montelepre", il fuorilegge che per alcuni era un eroe e per altri un assassino, egli avrebbe agito su mandato dei latifondisti e della mafia per fermare la mobilitazione contadina.
Salvatore Giuliano, in una lettera scritta nel 1950, negò ogni coinvolgimento: "Io non ho mai sparato su innocenti, ma so chi l’ha fatto e so perché."
Quella di Portella della Ginestra non fu solo una strage, fu il sangue versato per la democrazia, il prezzo pagato da chi osò sognare un’Italia più giusta.
Oggi, a Portella della Ginestra, un monumento di pietra ricorda le vittime, ogni 1° maggio, i loro nomi vengono letti ad alta voce, perché la memoria è l’unica giustizia che resta.
Portella della Ginestra il giorno in cui la Sicilia sanguinò